Il 2025 volge al termine e, come spesso accade negli ultimi giorni dell’anno, è naturale fermarsi a riflettere sul percorso compiuto. Per me è stato un anno particolare, segnato da un procedimento giudiziario che ha accompagnato mesi di vita personale, politica e pubblica, imponendo tempi di attesa, momenti di silenzio e riflessioni non sempre semplici.

Non è stato un anno vissuto nell’ossessione del processo. Ho continuato a occuparmi di lavoro, di politica, di comunità, cercando di non perdere mai il senso della misura e della responsabilità. Ma è innegabile che un procedimento penale, soprattutto quando investe temi delicati come la memoria, l’identità e il rapporto tra diritto e storia, finisca per interrogare più a fondo chi lo vive.

A poche settimane dalla discussione e dalla sentenza fissate per il 22 gennaio, ho ritenuto corretto mettere per iscritto, in modo ordinato e pubblico, i fatti che mi riguardano e le ragioni che ho esposto in aula. Non per anticipare giudizi, non per influenzare decisioni che spettano esclusivamente ai giudici, ma per chiarezza e per rispetto verso chi in questi mesi ha seguito la vicenda spesso attraverso ricostruzioni parziali o semplificate. Questo scritto non è un atto di accusa, né una rivendicazione. È una riflessione civile, fondata sui fatti emersi nel dibattimento e sui principi dello Stato di diritto, nella convinzione che la memoria, quando è priva di violenza e di propaganda, non possa diventare colpa.

Il procedimento che mi vede coinvolto trae origine da quanto avvenuto a Ragusa il 29 aprile 2021, davanti alla targa toponomastica dedicata a Sergio Ramelli, indicato – correttamente – come vittima della violenza politica. Una corona di alloro, un momento di raccoglimento, una commemorazione statica e silenziosa. In quel contesto è stato compiuto il rito del Presente, accompagnato dal cosiddetto saluto romano, inteso non come gesto politico o propagandistico, ma come parte di un rito commemorativo storicamente utilizzato nelle esequie di Ramelli e, più in generale, in contesti rituali di memoria.

Da quel momento, un gesto di ricordo è stato trasposto sul piano penale. È quindi dal contesto che occorre partire. Quanto avvenuto quel giorno non era una manifestazione politica, né diretta né indiretta. Non vi erano slogan, comizi, bandiere o discorsi rivolti all’esterno. Era un momento di raccoglimento, dedicato esclusivamente al ricordo di un giovane ucciso nel 1975 per la sua appartenenza politica e per aver espresso liberamente le proprie idee. Questo non è un giudizio soggettivo, ma un dato emerso nel dibattimento.

La DIGOS, organo dello Stato preposto alla tutela dell’ordine pubblico, ha chiarito che non vi era alcuna situazione di pericolo, né finalità propagandistica, né rischio per l’ordinamento democratico. Ha inoltre dichiarato di non aver mai ritenuto penalmente rilevante il rito del Presente insieme al saluto romano durante le commemorazioni, né di considerare la mia persona pericolosa o incline a comportamenti eversivi.

Nel mio interrogatorio ho spiegato ciò che, per me, è sempre stato evidente: quel gesto non aveva natura politica in senso propagandistico, ma simbolica e rituale. Ho definito il rito del Presente, e il gesto che lo accompagna, come una forma di religiosità laica: un modo per rendere simbolicamente presente, all’interno di una comunità, chi non c’è più. Una comunità che, nel caso di Sergio Ramelli, è quella missina, erede storica di una tradizione politica che ha attraversato la Repubblica operando al suo interno, confrontandosi con le istituzioni e accettandone le regole.

Sergio Ramelli era un esponente del Fronte della Gioventù. Era nato dopo la fine del fascismo storico e la sua militanza si collocava interamente nella vicenda del Movimento Sociale Italiano, partito che per decenni ha rappresentato una parte della destra italiana all’interno dell’ordinamento democratico della Repubblica, partecipando alla vita parlamentare e al confronto politico. Riconoscere questa continuità storica non significa rinnegare o rimuovere il passato, ma collocarlo correttamente nel tempo; distinguere tra un regime storico concluso e una comunità politica che, nel dopoguerra, ha operato in un contesto costituzionale diverso, assumendosene oneri e responsabilità.

In questo quadro, il rito del Presente assume il significato che gli è proprio: un gesto rivolto ad intra, non ad extra; un gesto che appartiene a una tradizione memoriale interna a quella comunità; un gesto privo di finalità comunicative verso l’esterno e di intenti propagandistici. È per questo che non può essere automaticamente sovrapposto, per via simbolica o suggestiva, a un’ideologia o a un regime storico, ma deve essere letto per ciò che è stato: un atto di memoria, non un atto di propaganda.

Nel corso del processo è stato ascoltato anche Simone Di Stefano, all’epoca segretario nazionale di CasaPound Italia. Sotto giuramento ha chiarito che il rito del Presente è storicamente anteriore al fascismo, affonda le sue radici nella ritualità dannunziana e nella commemorazione dei caduti della Grande Guerra, è stato utilizzato anche dall’Esercito italiano, ha una valenza simbolica, rituale e spirituale, non è razzista né segregazionista e non ha come finalità la ricostituzione del partito fascista. Ha inoltre ricordato come la parola “Presente” sia incisa nei sacrari militari dello Stato italiano, come Redipuglia. Dichiarazioni rese in aula, non affidate alla polemica.

È emerso inoltre che la diffusione delle immagini non è stata opera mia. Il video non è stato utilizzato per fini politici o propagandistici. Nel diritto penale, la propaganda presuppone una volontà comunicativa. Senza questa volontà, non può configurarsi apologia in senso penalmente rilevante.

La Costituzione italiana non prevede reati di opinione. Le idee, le memorie e le interpretazioni della storia non sono perseguibili in quanto tali. L’eventuale rilevanza penale può derivare solo dalla configurazione del reato di apologia, che richiede un pericolo concreto, non presunto. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16153 del 18 gennaio 2024 delle Sezioni Unite, ha ribadito che non è sufficiente un gesto simbolico: occorre dimostrare che esso, per contesto, modalità e finalità, sia idoneo a determinare un pericolo reale di ricostituzione del partito fascista.

In quella pronuncia emerge un punto centrale: il carattere polisemico del gesto. Un simbolo non ha un significato unico e immutabile; il suo senso varia in relazione al contesto storico, umano e spaziale in cui viene compiuto. È proprio alla luce di questa polisemia che anche il cosiddetto saluto romano non può essere valutato in modo astratto e automatico, ma solo nel contesto concreto in cui viene compiuto, distinguendo nettamente tra gesto rituale di memoria e apologia penalmente rilevante. Come ha insegnato Renzo De Felice, la storia non è un tribunale morale permanente, ma un campo di analisi fondato sui contesti; trasferire meccanicamente un significato da un’epoca all’altra significa abbandonare il terreno del diritto e della storia.

Pensare oggi alla ricostituzione del partito fascista nei modi antidemocratici e autoritari in cui siamo storicamente abituati a conoscerlo è del tutto irrealistico e anacronistico. Le condizioni sociali, politiche e istituzionali che caratterizzarono l’Italia del primo Novecento non esistono più. Immaginare che un rito commemorativo, privo di violenza e di propaganda, possa costituire un pericolo concreto per la democrazia significa sostituire il diritto con la suggestione. Come ha più volte osservato Giuseppe Parlato, confondere la memoria con la ricostituzione equivale a usare la storia come strumento ideologico, non come chiave di comprensione. Il prof. Giuseppe Parlato era stato chiamato come testimone al mio processo, purtroppo però il 2 giugno di quest’anno ci ha lasciato e non abbiamo avuto il piacere di ascoltarlo in tribunale.

Sergio Ramelli è stato ucciso dalla violenza politica. Ricordarlo non significa giustificare quella violenza, ma riconoscerla come una ferita della nostra storia nazionale. Punire un gesto di memoria, privo di odio e di finalità eversive, rischia di trasformare la giustizia in un’ulteriore forma di violenza, diversa nei mezzi ma simile negli effetti: colpire simbolicamente ciò che la storia ha già colpito.

Nel ringraziare Simone Di Stefano, i testimoni che si sono presentati in tribunale e, soprattutto, un caro amico fraterno, l’avv. Michele Savarese, che mi assiste in questo procedimento con competenza e dedizione, voglio concludere con una considerazione che va oltre la mia vicenda personale.

Questo processo non riguarda solo me.
Riguarda il confine tra diritto e ideologia, tra memoria e reato, tra Stato di diritto e lettura emotiva del passato. Affronto l’inizio del nuovo anno con serenità, nel rispetto delle istituzioni e nella fiducia che il diritto sappia distinguere tra ciò che è realmente pericoloso per la democrazia e ciò che appartiene, legittimamente, alla sfera della memoria. Perché, in uno Stato di diritto, la memoria non può diventare colpa.

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