A Lione un ragazzo di 23 anni è stato pestato a morte. Si chiamava Quentin.
È stato aggredito da militanti antifascisti mentre cercava di difendere alcune attiviste di destra. Questo è il fatto. Non uno “scontro”, non una generica tensione di piazza, ma un’aggressione politica culminata nella morte di un giovane.
Il problema, però, non si esaurisce nel singolo episodio. Il problema è il clima culturale che lo rende possibile. Da decenni l’antifascismo viene presentato come una categoria moralmente intoccabile, come una sorta di certificazione automatica di bontà democratica. Una parola che pretende di collocarsi al di sopra del giudizio, perché si autoattribuisce il compito di combattere il male assoluto.
È proprio questa autoassoluzione permanente che produce le distorsioni più gravi. Quando un’ideologia si convince di incarnare il bene, l’avversario smette di essere qualcuno con cui confrontarsi e diventa qualcuno da colpire. Prima simbolicamente, poi verbalmente, infine fisicamente. La disumanizzazione è sempre il passaggio decisivo.
Non è un caso che per anni, nelle piazze italiane, si sia gridato uno slogan inquietante: “uccidere un fascista non è reato”. Una frase che evoca apertamente l’eliminazione dell’avversario politico e che non è mai stata isolata con la stessa fermezza morale con cui si pretendono condanne e abiure dall’altra parte. Questa tolleranza culturale ha contribuito a normalizzare l’idea che contro un certo nemico tutto sia giustificabile.
Nel frattempo, nel dibattito pubblico italiano, l’attenzione si concentra spesso su gesti simbolici, su ritualità identitarie che possono essere discusse, criticate o contestate, ma che non implicano di per sé violenza. La sproporzione tra l’allarme suscitato da un simbolo e il silenzio che accompagna slogan che legittimano la morte dell’avversario è il segno di una distorsione profonda.
La morte di Quentin a Lione si inserisce in questo quadro. Non è un episodio isolato dal contesto culturale europeo. È il punto estremo di un clima in cui l’odio politico viene considerato accettabile se rivolto contro il bersaglio “giusto”. Quando si ripete per anni che l’altro non è un interlocutore ma un nemico assoluto, prima o poi qualcuno si sente autorizzato ad agire di conseguenza.
Non esiste violenza giusta. E non esistono ideologie che meritino immunità morale. Se la democrazia ha un senso, lo ha proprio nel rifiuto della logica dell’eliminazione dell’avversario.
Quentin non è uno slogan. È un ragazzo che non tornerà più a casa. E la sua morte impone una domanda che non può essere elusa: fino a quando continueremo a considerare intoccabile un’etichetta, senza interrogarci su ciò che accade concretamente sotto quella bandiera?

