Dopo quasi due anni di udienze, testimonianze, discussioni e ricostruzioni giuridiche, il Tribunale di Ragusa ha pronunciato la sua decisione: assoluzione perché il fatto non costituisce reato.

Una formula che nel diritto penale italiano ha un significato preciso. Non si tratta di un’assoluzione per insufficienza di prove o per un vizio procedurale. Il Tribunale ha affermato che il fatto contestato, per come è avvenuto, non integra alcun reato.

È una decisione che chiude una vicenda giudiziaria nata da una commemorazione svolta nel 2021 in via Sergio Ramelli, a Ragusa. Una via che porta il nome di un giovane del Movimento Sociale Italiano assassinato nel 1975 a colpi di chiave inglese da militanti di Avanguardia Operaia. Una via che anni fa ho avuto io stesso l’iniziativa di far intitolare alla sua memoria, perché ritengo che una città debba avere il coraggio di ricordare chi è stato ucciso per le proprie idee politiche.

Durante quella commemorazione è stato compiuto il rito del “Presente”. È su quel gesto che si è costruita l’intera accusa.

Secondo l’impostazione accusatoria, quel rito avrebbe integrato due ipotesi di reato: da un lato una manifestazione propria del disciolto partito fascista, dall’altro una manifestazione idonea a richiamare ideologie discriminatorie. In sostanza, si è sostenuto che quel gesto, compiuto durante una commemorazione, potesse essere considerato penalmente rilevante. È su questa impostazione che si è aperto il processo.

Ma proprio questo processo ha finito per mettere in luce un punto fondamentale: nel diritto penale non si giudicano simboli astratti, si giudicano fatti concreti. Ed è esattamente questo che il Tribunale ha fatto.

Nella sentenza viene richiamato il principio stabilito dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite con la decisione del 17 aprile 2024 n. 16153, una pronuncia destinata a fare giurisprudenza sul tema dei cosiddetti saluti romani.

La Cassazione ha chiarito un principio semplice ma decisivo: quel gesto è polisemico. Non ha un significato unico e automatico e non può essere considerato reato per il solo fatto di essere compiuto. Per integrare un reato è necessario verificare il contesto e soprattutto l’esistenza di un pericolo concreto di diffusione dell’ideologia fascista o di incitamento alla discriminazione.

È questo il punto giuridico centrale. Non basta il gesto, serve il pericolo concreto. Il Tribunale di Ragusa ha applicato esattamente questo principio.

La sentenza ricostruisce infatti con attenzione ciò che è realmente accaduto quella sera. Una commemorazione durata pochi minuti, svolta da un gruppo molto ristretto di persone, senza propaganda politica, senza tensioni, senza alcun problema di ordine pubblico. Un momento di raccoglimento, una corona di alloro deposta, il ricordo di un ragazzo ucciso negli anni di piombo.

Circostanze che sono state confermate anche in aula dagli stessi funzionari della DIGOS. I testimoni hanno dichiarato che la commemorazione è durata pochissimo tempo, che non si sono verificati problemi di ordine pubblico e che non è stato percepito alcun pericolo concreto. Hanno inoltre spiegato che durante lo svolgimento dei fatti non fu ravvisato alcun reato.

Persino nella sua discussione finale il Pubblico Ministero ha riconosciuto che il gruppo non appariva particolarmente impattante sotto il profilo visivo, che non si trattava di una manifestazione paramilitare e che non vi era alcuna scenografia di massa. In altre parole, non vi era alcun contesto idoneo a diffondere ideologie o a creare allarme sociale.

Ed è proprio questo che il Tribunale ha scritto nella sentenza. Non è stato dimostrato alcun pericolo concreto di diffusione dell’ideologia fascista né alcuna finalità di incitamento alla discriminazione razziale. In mancanza di questo elemento essenziale, il fatto non costituisce reato.

È un passaggio giuridicamente molto importante perché riafferma uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto: il diritto penale punisce comportamenti realmente offensivi, non simboli isolati dal loro contesto. Se si iniziasse a punire un gesto per ciò che evoca nella memoria storica di qualcuno, anziché per gli effetti concreti che produce, il diritto penale smetterebbe di essere diritto del fatto e diventerebbe diritto delle interpretazioni ideologiche.

Il Tribunale ha scelto la strada opposta. Ha applicato il principio del pericolo concreto indicato dalla Cassazione e ha riconosciuto che una commemorazione non può essere trasformata in reato.

Nel corso del processo la difesa ha insistito proprio su questo punto. L’avvocato Michele Savarese ha ricostruito il significato storico del rito del “Presente” e il contesto commemorativo in cui esso viene compiuto da decenni durante le cerimonie dedicate ai giovani uccisi negli anni di piombo per la loro appartenenza politica. Un rito che nasce dalla memoria di una stagione tragica della storia italiana e che per molti rappresenta semplicemente un modo di ricordare i propri caduti.

Il Tribunale ha riconosciuto che in quel contesto non vi era alcuna propaganda politica, alcun incitamento alla discriminazione e alcuna finalità di ricostituzione del partito fascista.

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Ma questa vicenda non è stata soltanto un processo penale. È stata anche la dimostrazione di quanto la memoria degli anni di piombo continui ancora oggi a essere terreno di scontro politico.

Il rito del “Presente” dà fastidio a qualcuno. Non perché rappresenti davvero un pericolo per la democrazia, come dimostra proprio questa sentenza. Dà fastidio perché ricorda una verità scomoda: negli anni di piombo non ci furono soltanto vittime da una parte. Ci furono anche ragazzi di destra assassinati per le loro idee, “uccidere un fascista non è reato” gridavano nei cortei.

Per troppo tempo quei nomi sono rimasti ai margini della memoria pubblica. Per troppo tempo si è cercato di raccontare quella stagione della storia italiana in modo parziale. Ricordare Sergio Ramelli e gli altri giovani uccisi in quegli anni, e ricordarli come sarebbe piaciuto a loro, significa semplicemente rifiutare quella rimozione. Significa affermare che la memoria non appartiene a una sola parte.

La sentenza del Tribunale di Ragusa ristabilisce un principio molto semplice: ricordare un ragazzo ucciso per le sue idee non significa ricostituire un partito. Significa mantenere viva una memoria.

E la memoria, in una società libera, non può essere processata, non può essere intimidita, non può essere cancellata. Può soltanto essere tramandata. Ed è esattamente ciò che continueremo a fare.

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