I crimini dimenticati dei partigiani rossi: la storia del pozzo di Fubine

A prima vista l’immagine di Fubine evoca quella di un ridente paesino immerso nel verde delle dolci colline, tra Alessandria e Casale Monferrato. Qui nacque uno dei padri del Partito comunista italiano Luigi Longo, e da qui proviene la famiglia del magistrato Gian Carlo Caselli.
Il pensiero di questa zona come luogo tranquillo di provincia, deriva direttamente dalla sensazione quasi automatica di laboriosa tranquillità che il luogo trasmette.
Gli anziani per le vie, il poco traffico, l’immersione nel panorama delle colline e dei campi circostanti. Passare da Fubine non farebbe minimamente balzare alla mente, alla capacità critica e alla voglia di verità nessun dubbio in merito al “pozzo della morte”.
Ma come ignorare le voci di Fubine, il leggero bisbigliare di questa gente che vorrebbe dimenticare e tacere gli orrori della guerra civile ma non può per coscienza e per ricorso della disumanità degli eventi?

Il dopoguerra è lontano ma non troppo, perché i fantasmi degli scontri cruenti aleggiano ancora nella memoria di coloro che erano lì cercando di serrare gli occhi, e di non lasciare penetrare il suono delle grida nelle orecchie, nascondendo i bambini agli orrori che si consumavano dietro alle case, nei luoghi familiari di sempre. È curioso come una risorsa in grado di dare vita e sopravvivenza possa anche significare la morte. Il pozzo è scenario alquanto insolito ma altrettanto facile e utile per gli scontri della guerra.

Il “pozzo della morte”, la via della morte e i morti stessi si supponga che siano a Fubine e nelle zone limitrofe. Il dubbio ci spinge comunque ad ascoltare, a capire da dove provengano le sue voci e i suoi racconti, perché la memoria non è solamente qualcosa che si vuole rievocare, ma è l’elemento di cui abbiamo bisogno per capire la verità e andare oltre all’errore dell’oblio e all’omertà dell’oggi.
Si racconta dei fascisti, dei partigiani e della Resistenza e chiunque, almeno una volta nella vita, ha sentito della loro lotta. La gente del piccolo borgo ancora ricorda le vittime dei primi, ma anche le rivendicazioni dei secondi. Ciò che spinge alla comprensione degli eventi è la dignità umana verso la vittima, verso l’uomo in nome di un ideale, non importa di che colore politico. Ma come fare essendo nati dopo, vivendo nella confusione alimentata da chi vuole fare pendere il piatto della bilancia solo da una parte?
Le ipotesi sono molte, i ricordi anche, e abbiamo provato ad ascoltarli.

I ricordi degli anziani sono sempre i più toccanti. Parlano dei prigionieri, della strada che conduceva al pozzo. La tragedia costruita da entrambe le parti, probabilmente, si consumava lì, perché i prigionieri non tornavano mai indietro.
Molti raccontano ancora degli spari uditi di notte. Molti altri ancora sanno che i fascisti venivano giustiziati di notte proprio sui bordi del pozzo, per essere gettati poi all’interno. Le testimonianze parlano anche di persone ancora vive, ancorate ad un sasso attaccato al collo o ai piedi e finite lì, nella moltitudine di altri corpi morenti o senza vita.
Vicende insopportabili, difficili da tollerare, tanto da far tappare le orecchie ad alcuni, per non essere più costretti a sentire, senza poter fare nulla, le urla dei prigionieri che venivano uccisi dai partigiani. È una realtà difficile da accettare e soprattutto da fare emergere perché incute terrore, il terrore della morte che induce a scappare.

Molto di ciò che si dice si preferirebbe non sentirlo, ma come poter ignorare i corpi dei cadaveri rinvenuti nel pozzo?
Un’anziana donna racconta, dopo l’incubo delle notti delle rivendicazioni, della ghiaia e della vanghe insanguinate trovate al mattino nei pressi del pozzo, altri anziani protagonisti del momento storico si vantano di aver vendicato i loro compagni uccisi, di aver reso giustizia, di aver punito i simpatizzanti fascisti, i doppiogiochisti, i traditori.
Nel 1955 su “La Vita Casalese”, settimanale della Diocesi di Casale Monferrato, ha pubblicato una serie di testimonianze il sacerdote don Francesco Milanese: “Nell’estate del 1946 ero curato a Fubine. Cento ragazzi ogni giorno cercavano uno spazio nei grandi prati del mulino Raimondo per giocare al pallone. Il problema più grande era proprio provvedere tanti palloni. Per i giovani e gli uomini incominciarono gli incontri in autunno. Nel grande ‘Tanon’, un locale catacombale nelle fondazioni della chiesa parrocchiale, si incominciò a programmare l’attività della filodrammatica: venti giovani volonterosi e appassionati. Proposi per l’apertura della stagione teatrale, a novembre un drammone truculento: Omertà. Parlava della mafia siciliana; con il capo-mafia, Rocco, che minacciava il povero oste, un po’ chiacchierone, con una frase che fece colpo, perché in paese tutti la conoscevano a memoria: ‘Guarda che nel pozzo c’è posto anche per te…’. Presentava scene drammatiche degli incubi notturni di quel capoccia che aveva gettato nel pozzo la povera Nedda, dalla lingua troppo lunga… che di notte come un fantasma gli appariva gridando, uscendo dal pozzo della morte. Il dramma ebbe un enorme successo: fu ripetuto più volte, sempre con il tutto esaurito e la gente a meravigliarsi per il parlare di certi argomenti…I giovani si accontentavano del venticinque per cento dell’incasso e di un buon bicchiere di quello buono che il curato procurava con una provvidenza… tutta speciale. E intanto nel parlare sommesso di quelle lunghe serate si ricostruiva la storia di un altro pozzo maledetto, dove tanti poveretti erano finiti macellati (ho scritto giusto: non maciullati) dalla vendetta e dall’odio”.

Ed ancora: “Fu soltanto nella primavera del 1948 – io avevo già lasciato il paese – che la ‘Prima mamma coraggio’ d’Italia riuscì a far riaprire quel pozzo. Furono estratti una dozzina di poveri resti. Quella mamma riconobbe, senza alcun dubbio, i suoi due figli di 19 e 20 anni: i fratelli Azzimonti e li portò nella sua città. Gli altri finirono nel cimitero in una fossa comune, all’ombra di piccole croci di legno verniciate di nero. Qualche anno addietro, da questo giornale avevo rivolto un appello: ‘Chi sa, parli!’. Qualcuno ne ha già parlato con Dio… Forse qualcun altro è ancora qui. Parli… se non può parlare, scriva anche senza firmare; scriva a chi vuole tutta la verità. Fubine non merita di restare per sempre con l’onta di quel pozzo e con la macchia di quei morti senza nome”.

Qelsi Quotidiano

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One comment

  • enzo gotta ha detto:

    Se ne vuole sapere di più chieda a Ferraris Frenky, mio cugino, 91 anni….sa tutto…e mi ha fatto racconti orripilanti di quel che certi fubinesi facevano ai repubblichini (che avevano venti anni o poco più….)

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