La partecipazione agli utili ha radici lontane

Proponiamo un contributo apparso in forma integrale sul quotidiano locale “La Sicilia” del nostro capogruppo alla Provincia di Catania, Enzo D’Agata, relativo alla partecipazione agli utili dell’impresa da parte degli operai.

Ho letto con interesse l’articolo del prof. Antonio Martino “Utili anche ai lavoratori? Una proposta discutibile” a p. 2 del quotidiano “La Sicilia” di domenica 6 settembre. Senza avere la presunzione di dissertare di politica economica (nonostante un’abilitazione all’insegnamento di materie economico-giuridiche negli istituti superiori), né, tanto meno, di voler dare lezioni al Ch.mo Prof. On. Martino, mi permetta di riferire all’autore e, se lo ritiene opportuno, anche ai lettori alcune imprecisioni contenute nell’articolo in oggetto.In via preliminare bisognerebbe rettificare l’informazione che vuole l’idea di “partecipazione agli utili” come di chiara origine marxista. Infatti, la tesi sulla partecipazione agli utili da parte degli operai ha da un lato radici lontane e dall’altro sviluppi recenti.L’idea trae origine dalla dottrina dei socialisti utopisti di fine ’700, Saint-Simon in particolare, ed in Italia viene ripresa per la prima volta con la formula mazziniana “Capitale e Lavoro nelle stesse mani”. Vi è poi l’intera Dottrina Sociale della Chiesa (dalla “Rerum Novarum” del 1891 di Papa Leone XIII fino alle recenti encicliche dell’attuale Papa e del suo predecessore Giovanni Paolo II, passando per la fondamentale “Quadragesimo Anno” di Papa Pio XI) a testimoniare ulteriormente l’estraneità di tale posizione con il marxismo.In campo politico, il primo a parlare di cogestione e divisione degli utili dell’impresa è Benito Mussolini, nel discorso di Dalmine del 20 marzo 1919. Tre giorni dopo l’idea viene inserita nel programma del Movimento Fascista, nella celebre riunione di fondazione a Piazza S. Sepolcro. Lo stesso anno la proposta viene ripresa e inserita nella “Carta del Carnaro” stilata da Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambris per la libera città di Fiume. Tra i politici che allora guardano con interesse a tale nuova formula economica troviamo Giovanni Giolitti, Filippo Turati, don Luigi Sturzo e Antonio Gramsci. Nel 1932 vi è poi l’elaborazione teorica del filosofo Ugo Spirito, che al convegno di Ferrara teorizza il corporativismo integrale e la corporazione proprietaria.Il principio della partecipazione agli utili e della cogestione dell’impresa viene quindi ufficialmente sancito nella Costituzione della Repubblica Sociale Italiana (o Carta di Verona se si preferisce) ed allo scopo di attuarlo, nel febbraio del 1944, viene emanato il decreto sulla socializzazione delle imprese che a lungo fa parlare della Rsi come di una terza via fra Comunismo e Liberalcapitalismo.Certo, l’esperienza della socializzazione fascista viene ripresa nella Jugoslavia non allineata del comunista Tito e l’autogestione inserita nella costituzione di quel Paese, ma non per questo si può parlare di una sua “impronta marxiana”. Anzi, i comunisti (eccezion fatta per il sindacalista Di Vittorio, primo segretario della Cgil) hanno osteggiato ferocemente l’idea della ripartizione, perché la “collaborazione di classe” rappresenterebbe la fine della “lotta di classe”, questa sì marxista.Tornando all’intervento del Prof. Martino, forse gli sarà sfuggito che anche la nostra Costituzione repubblicana contiene un richiamo alla socializzazione. Precisamente all’articolo 46, dove si può leggere che “La Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende”.Per sgombrare il campo da ogni equivoco, basti ricordare come i principi della partecipazione agli utili abbiano permesso al Giappone di sanare le ferite della II Guerra Mondiale e superare le numerose recessioni verificatesi dal 1954 ad oggi, creando un sistema che quanto ad efficienza non ha pari al mondo.Anche in Germania la cogestione è vitale, espressa tramite una struttura associativa tra capitale e lavoro nelle imprese, con tanto di partecipazione istituzionalizzata dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione della grande industria. Serve ricordare come nei primi anni Novanta l’allora cancelliere tedesco Helmut Kohl pone il modello tedesco quale nuova prospettiva per l’Europa dopo il tramonto del thatcherismo ed il crollo del comunismo. È solo un caso, mi chiedo, che la formula della partecipazione abbia accompagnato le due economie più dinamiche del mondo?Altri esempi vicini e lontani? In Francia l’industria automobilistica Renault sta compiendo il medesimo esperimento tedesco e perfino nell’Unione Sovietica di Gorbaciov l’unica azienda in attivo in tutto l’immenso Paese era la clinica oculistica del Prof. Fiodoroff, gestita con metodi partecipativi.Quanto all’Unione Europea, il principio della cogestione è stato recepito con la sua V direttiva nel nuovo modello della società per azioni europea.Per un Martino che giudica priva di senso la proposta degli utili ai lavoratori, quindi, vi sono tanti altri economisti che la valutano positivamente, da Fanfani a Rasi, da Auriti a La Malfa, tanto che per il centro studi del sindacato cattolico Cisl oggi l’economia della partecipazione rappresenta lo sbocco naturale alla corrente crisi del capitalismo.Anche a livello internazionale al modello economico partecipativo si sono ispirati economisti di grosso calibro come il britannico James Meade, premio Nobel per l’Economia nel 1977 (autore del brillante saggio “Agathopia”, edito da Feltrinelli nel 1989) e l’americano Martin Weitzman, candidato al Nobel nel 1986.Quanto da me (spero sinteticamente) elencato sarà con buona probabilità sfuggito al Ch.mo Prof. Antonio Martino, ma è giusto che i lettori abbiano una corretta informazione e possano giudicare la validità di talune proposte politico-economiche anche senza essere necessariamente specialisti della materia.A margine di questo mio intervento mi permetta di farLe presente che su mia proposta il Consiglio Provinciale di Catania ha recentemente votato all’unanimità un Ordine del Giorno in cui si indica la cogestione come possibile soluzione per le aziende catanesi in crisi (si veda, ad esempio, la vicenda della Sat di Aci S. Antonio).Enzo D’Agata capogruppo al Consiglio Provinciale di Catania della Lista “Con Nello Musumeci per la Provincia”

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